Alessandra Carloni inaugurerà la sua mostra personale, in esclusiva per Galp, il 21 settembre alle ore 16.00 con una live performance: un murales sul muro esterno della Galleria. Le abbiamo fatto qualche domanda per farvi conoscere meglio questa talentuosa artista.

Cosa significa Street art? 

Dedicarsi all’arte urbana a mio parere significa raccontare con la propria visione il territorio in cui si sta lavorando. Non è solamente una semplice espressione artistica impressa su una superficie com’è per la tela. Coinvolge le persone, entra il relazione a un contesto urbano, il più delle volte modificandolo. È la testimonianza di un passaggio dall’esecutore dell’idea artistica al pubblico che diventerà a tutti gli effetti il reale proprietario. 

Per l’artista rimane fondamentale quel passaggio transitorio, come testimonianza e memoria storica, il racconto della sua esperienza con le persone che abitano quel luogo. 

 

Come è perché ti sei avvicinata alla Street art? 

Il mio passaggio all’arte urbana è avvenuto quasi per caso. 

A differenza di molti miei colleghi, che provengono dal linguaggio dei graffiti o della grafica, io ho una formazione prettamente accademica. Nasco infatti come pittrice, che rimane difatti la mia cifra stilistica anche nel linguaggio sui muri, dove uso esclusivamente il pennello o il rullo. 

La mia prima esperienza in assoluto sui muri nasce quasi subito la fine dell’Accademia nel 2009 quando, per pura sperimentazione, partecipo ad un bando del Comune di Roma e vengo selezionata per dipingere i muri di una piazza, in un quartiere di periferia. 

Quello che inizialmente parte come un gioco, diventa un vero e proprio stimolo, è così dal 2010/2011, parallelamente ai miei primi quadri e le mie prime mostre, inizio in modo sporadico a spostarmi in varie parti dell’Italia per realizzare muri, sempre tramite concorsi o eventi. 

Infine, con il boom dell’arte urbana che si è diffuso in questi ultimi 3/4 anni, il lavoro sui muri ha cominciato a prendere sempre più forma e consistenza, diventando a tutti gli effetti la mi seconda attività insieme alla pittura. Ad oggi sono circa 60 gli interventi che ho realizzato in Italia e all’estero. 

 

Cosa vuoi comunicare con la tua arte? 

Attraverso l’arte io racconto di me, della mia vita, dei miei desideri, delle mie emozioni, delle mie paure e delle mie domande. E lo faccio, immaginandomi un mondo surreale, sognante, visionario e in attesa. Il mio è quindi un lavoro che indaga la propria interiorità e vuole trasmettere attraverso questo immaginario artistico la spiritualità dell’uomo adulto, esortandolo a vivere con piena coscienza il proprio tempo.

 

Quali tecniche utilizzi? 

Come in pittura, anche sui muri lavoro unicamente a pennello, ma a differenza dell’ olio che uso su tela, su muro dipingo con gli acrilici e le vernici al quarzo - queste ultime grazie a questa componente hanno una lunga resistenza nel tempo. 

 

Hai dei modelli a cui ti ispiri? 

Ci sono molti autori contemporanei che mi piacciono, e a cui spesso faccio riferimento. Nel mondo dell’illustrazione ci sono molti nomi, come Lorenzo Mattotti per le sue immagini fortemente poetiche e quelle cromie pastello che lo hanno reso noto in tutto il mondo; il surreale e onirico Shaun Tan, e il sapiente illustratore e pittore Ferenc Pinter. Nella pittura guardo a molti artisti contemporanei come Federico Infante, Alessandro Sicioldr, Agostino Arrivabene, Giampaolo Talani, Antonio Possenti, Emilio Tadini…

Nell’arte urbana ci sono un infinità di artisti superlativi, personalmente guardo molto ai grandi nomi della Street art spagnola e Polacca, da Gonzalo Borondo, Aryz , Hyuro ed Etam Cru. 

E rimango sempre affascinata dal messaggio e la forza dell’arte di Blu. 

 

Come vivi il fatto che le tue opere siano soggette al tempo che passa e poco o per nulla preservabili?

Trovo che sia giusto considerare la caratteristica effimera che è insita nell’arte urbana come uno degli aspetti principali che contraddistingue nettamente la Street art dalle altre forme di arte contemporanea. Il linguaggio dell’arte urbana è per sua natura effimero, e così deve restare, racconto di un passaggio che ha un inizio e una fine, che cambia continuamente, come testimonianza perfetta di questo tempo, in continua evoluzione e trasformazione. 

 

Da dove nasce l’idea di illustrare proprio Pinocchio?

L’idea di Pinocchio parte da un lavoro editoriale commissionato due anni fa dalla casa editrice Scripta Maneant di Bologna, che ha coinvolto 7 Street artist e illustratori nel reinterpretare le fiabe classiche attraverso il proprio stile, modernizzandole, con il linguaggio grafico o dell’arte urbana, realizzando così una vera e propria collana di 7 fiabe, diffusa in tutte le librerie.

La fiaba che ho dovuto reinterpretare e trasformare nella mia visione meccanica è stata Pinocchio, trasformato in un vero e proprio ibrido meccanico e naturale. Partendo da questa commissione, la mia ricerca sul burattino si è evoluta in un grande murales realizzato in un borgo di Viterbo e poi in Galleria Galp.

Nella mostra personale allestita da Galp il romanzo di Collodi, oltre che nelle tavole originali del libro in fine art, viene mostrato con nuove opere dedicate al tema, su tela e carta: il burattino e la storia di Collodi diventano il pretesto per aprire altre favole e altri racconti.