Angelo Barile artista

Questo mese abbiamo deciso di dedicare un piccolo approfondimento all’artista torinese Angelo Barile, che nel corso dell’ultimo anno ha realizzato nuovi progetti e fatto molto parlare di sé. In questa breve intervista Barile ci parla del suo lavoro e dei suoi interessi, soffermandosi sui progetti correnti e presentando, infine, la serie dei Gentilcani, realizzata in esclusiva per Galp.

 

I soggetti dei tuoi dipinti talvolta sono legati al mondo della religione e del culto. Da dove proviene l’ispirazione per queste opere? Quali sono le storie che ti hanno spinto a riprendere figure come santi, suore e così via?

Prima di tutto Io Credo.

Lo so, fare questa affermazione è fuori moda, genera sospetto soprattutto nel mondo artistico-culturale che frequento.  

Nel 2017 finalmente sono riuscito a fare la mostra che volevo: “ ARCANGELI “.

Si trattava di dodici opere di cui sette grandi tele di dimensioni 3,50x2 metri ed una grande scultura, un’ala di un angelo caduto di cinque metri. 

Dopodiché mi sono incuriosito su come si poteva diventare “santi” in epoche antiche. Ed ho scoperto cose straordinarie e bizzarre. Ho passato giorni a leggere e documentarmi prima di iniziare a disegnare. È sempre un esperienza bella per me approfondire l’argomento prima di produrre le opere. Questo è sempre stato il mio modus operandi.

 

Recentemente sei stato oggetto di una discussione molto accesa relativamente al murale di Parco Dora nella città di Torino. Qual è il tuo rapporto con la città, quali sono i progetti che vorresti realizzare? Quale messaggio vorresti mandare?

La Regione Piemonte nel mese di novembre 2020 mi ha proposto la realizzazione di un opera commemorativa sullo scrittore giapponese Mishima (artista difficile, e quando lo si “tocca” si sbaglia quasi sempre) al Parco Dora, posto magico e tempio della street Art Torinese. Ho preparato il bozzetto e i calcoli di portanza per la scultura da assemblare al muro, un coltello da rituale seppuku lungo cinque metri. Un misto fra pittura e scultura, credo fra i pochi in giro. Il murales doveva essere fatto su di un muro di venti metri di altezza.

Il lavoro è durato circa una settimana. 

Tutto era stato approvato, i lavori sono durati tre giorni, ma, addirittura prima che iniziassero, è partita la feroce campagna giornalistica contro l’opera che doveva nascere. 

Buffe sono state le argomentazioni, e, ancora più singolare, basate sul “non visto”.

Mi avevano accusato ( dirigenti pubblici ) addirittura di volere dipingere un muro senza permesso. Brutta figura da parte loro, perché avevo i documenti firmati e timbrati dalla stessa amministrazione pubblica. 

Sono stato criticato politicamente e sbeffeggiato sui social con messaggi privati addirittura intimidatori. 

Nei vari tour organizzati sulla street, il mio murales veniva volutamente evitato, 

nonostante tutte le persone che arrivano anche da fuori Torino per fotografarlo.

Diciamo che preferivano non parlarne. 

Sono stato, però, gratificato da una mia intervista sul Tg2 nazionale, parlando del mio murales.

Oggi su vari blog viene però riconosciuta la qualità del lavoro dagli stessi appartenenti ai gruppi politici che mi hanno attaccato per un mesetto.

Così a volte l’arte supera i preconcetti e le strumentalizzazioni politiche. Forse per la città di Torino sono un po’ scomodo come artista, ma non importa. Proseguo nel mio lavoro come ho sempre fatto, senza dare troppo peso al pensiero altrui. 

Mi piacerebbe in futuro realizzare per la città di Torino una grande opera su di un icona della città: la Sacra Sindone.

Vedremo.

 

In un intervento relativo alla situazione dell’arte durante il lockdown hai parlato di quanto sia importante per un artista avere del tempo per creare senza la premura delle commissioni; ci piacerebbe che parlassi brevemente dei progetti che hai portato a termine in questa fase particolare. A quali sei più affezionato? La tua arte ha subito dei cambiamenti?

Nel primo lockdown avvenuto nel marzo 2020 ho realizzato una serie di dipinti con il titolo “Rabbit il male di vivere”.

Verranno esposti per la prima volta qui nella grande hall del mio studio in questi giorni, ad un anno esatto dalla ricorrenza.

Il personaggio principale raffigurato sia in scultura che pittura rappresenta una sorta di amuleto, di zavorra delle nostre paure. Un guardiano silenzioso, tipo amico immaginario che raccoglie le nostre ansie venute fuori in quel periodo e che continuano a perseguitarci. 

È una serie a cui sono molto affezionato ed è venuta così, di getto. È stato bellissimo farla: ogni dipinto finito per me era una specie di backup, mi aiutava a scaricare le mie negatività trasferendole sulla tela. Non credo di essere cambiato, ma certamente ho aperto nuove porte.

 

Recentemente hai presentato in esclusiva per Galp la serie dei Gentilcani, buffi cuccioli con uniformi militari. Qual è il tuo rapporto con gli animali?

Io vivo in una casa isolata in mezzo ad un bosco. Ho due cani e due gatti, fanno parte nel mio nucleo familiare, sono parenti anche loro. Mi innamoro quasi sempre di animali che vedo in giro, non posso farne a meno, e li dipingo perché mi piace tanto farlo. Nella serie Gentilcani cerco di umanizzare i cani vestendoli quasi sempre con grandi uniformi militari. Mi diverte farli, lo so non ho inventato nulla. 

Mi piace, tutto qua. 

Questa serie è in esclusiva della galleria Galp, che curerà la vendita. 

È importante per un artista avere chi crede nel tuo lavoro.

 

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