Alessio Bolo Bolognesi

Iniziamo con una domanda facile facile. Cosa significa per te street art?

Alla faccia della "domanda facile". Beh, innanzitutto non è quello che sto facendo. Ormai si chiama street-art ogni disegno che si vede in strada, in particolare modo quando si tratta di interventi murali di grandi dimensioni. Ecco, quella non è street-art. Per me la street-art è la sorella figurativa del writing, un'attività di espressione illegale, viscerale e in molti casi sovversiva e come tale deve essere riconosciuta e rispettata da chi si occupa di arte urbane. Serve a definire un'identità, a stimolare sensazioni, ma non è fatta per piacere, non è fatta per essere alla portata di tutti.

 

Alessio Bolognesi, Ingegnere Elettronico. Quando e come hai capito che anche l’arte poteva essere la tua strada?

Non l'ho mai capito, in realtà, e non lo capisco nemmeno ora. So solo che disegno fin da quando ero piccolo e mi fa stare bene. Indipendentemente che lo faccia su di un muro con gli amici, su commissione o su una carta o una tela. Non so se quella che faccio sia arte, so solo che mi fa stare bene.

 

Quali sono i messaggi che speri le persone riescano a cogliere osservando le tue opere?

Tutto tranne quello che avevo in testa io. Penso l'arte non abbia lo scopo di "insegnare" o di essere chiara, ma di fornire spunti da cui partire con riflessioni che possono prendere direzioni diametralmente opposte. Ad esempio i lavori della mia ultima serie "Ciò che resta" hanno generato i commenti più disparati. Da "sono lavori intimi" a "mi fanno paura, sono dei mostri" a "che belli quei costumi, sembra impossibile esistano davvero". Come posso dire io chi ha ragione o chi ha torto?

 

La tua arte è spesso legata a temi di grandissima attualità, soprattutto sociali e ambientali. Puoi raccontarci come nasce l’interesse per queste problematiche e soprattutto come le trasfiguri all’interno delle tue opere?

È un interesse che nasce dalla pancia ancora prima che dalla testa. Abbiamo un solo pianeta e vedere certe immagini fa accapponare la pelle e spesso penso seriamente che non ci meritiamo, come razza umana, questo pianeta. Amo gli animali e credo che forse la terra dovrebbe appartenere a loro e non sarebbe strano se un giorno capissero che l'unico modo per sopravvivere è che noi esseri umani scompariamo o regrediamo all'età della pietra. Tra uomo e natura c'è una discrepanza sempre più evidente che ha una miriade di aspetti. Sto solo cercando di considerarli uno per uno, a volte in modo più ironico e "leggero", altre in modo più intimo e riflessivo.

 

Tecniche e supporti che utilizzi maggiormente?

Amo la carta, in particolare quella antica il cui colore mi affascina da sempre. Amo quella grafia aggraziata che si usava un tempo e invidio molto chi scriveva in quella maniera. Penso quella carta sia un supporto meraviglioso. Un tempo usavo principalmente tela e di recente sto tornando ad usarla, ma è ancora presto per dire cosa ne verrà fuori, dato che contestualmente sto riprendendo con l'uso dei colori ad olio dopo anni.

Riguardo alla tecnica il discorso si fa più arduo. Amo il contrasto bianco-nero di carta e china, ma di recente sto tornando al colore. Acquerelli, acrilici e, come detto, olii. Diciamo che dipende da ciò che ho voglia di fare. Come dicevo all'inizio, dipingere e disegnare mi fa stare bene, ma solo se lo faccio assecondando ciò che mi va di fare in quel momento preciso.

 

Quando si parla di street art, si hanno sempre in mente opere di grandi dimensioni. Come riesci a spaziare tra muri e supporti decisamente più ridotti come ad esempio tele e carta?

Premesso quello che ho scritto in merito alla prima domanda, credo non ci sia alcuna differenza. Disegnare in piccolo o in grande è sempre e solo un problema di riferimenti e proporzioni e fa parte della storia dell'arte. Non stiamo inventando nulla di nuovo e le tecniche per riportare in grande ciò che si fa in piccolo sono le stesse che usavano gli artisti dei secoli scorsi negli affreschi. L'unica differenza sta nei tempi di realizzazione.

 

Che rapporto hai con Ferrara, la città dove sei nato, vivi e crei?

La amo. Ho vissuto a Modena per circa 3 anni, fuggendo poi nella mia amata Ferrara per restarvi.

 

Un muro a te particolarmente caro?

Quello realizzato per Non solo murales San Gavino, in Sardegna. Non per il muro in sé, ma per l'accoglienza e la sensazione di essere tra amici sempre in festa e felici che fossi a dipingere per loro. Il murales è "solo" un disegno, alla fine: è il rapporto con il luogo e le persone che lo abitano che lo rendono speciale, cosa non replicabile in un lavoro da galleria.

 

Per la mostra di GALP, hai lavorato su un progetto personale legato al simbolismo degli animali totemici, spiriti-guida dotati di potere, lasciate nelle nostre culture, di cui oggi troviamo traccia nei costumi di carnevale. Ci potresti parlare meglio di questa tua ricerca? Da cosa nasce?

Come quasi sempre accade per le mie serie, anche questa è nata dal caso. Mi sono imbattuto in alcune foto di Charles Fréger relative al "Wildermann", l'uomo selvaggio rappresentato in quasi tutte le culture europee e non solo. Una rappresentazione in cui il legame uomo-animale non si è mai dissolto.

Ho approfondito quindi questa ricerca, scoprendo che gran parte dei costumi legati agli antichi riti Pagani sono legati a culti animisti in cui ogni animale o pianta avevano un significato ben preciso. Ho cercato quindi di capire quanto sia arrivato a noi di questo rapporto con la natura attraverso i costumi rituali. Ho cercato, quindi, di capire "Ciò che resta" della spiritualità della natura e che è arrivato fino a noi.

 

Ultima domanda. Un desiderio per il tuo futuro?

Continuare ad essere sereno e felice facendo ciò che amo.

 

 

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