INTERVISTA A Palumbo Ciro

La decisione di chiudere musei e gallerie d’arte a causa della pandemia sembra suggerire che l’arte e la cultura non rappresentino una necessità per la società, né tantomeno un bisogno per gli individui. Ne abbiamo parlato con Ciro Palumbo.


In quanto artista, come consideri il tuo ruolo all’interno della società? Quale valore dai alla tua professione?

Credo che questa professione abbia una grande opportunità, quella di riuscire, se si è in grado di farlo ovviamente, a nutrire l’anima di una persona, perciò è ben oltre le cose più pragmatiche e pratiche di tutti i giorni, senza nulla togliere ai valori di tutto ciò. Però è un momento in cui si ferma l’attenzione su argomenti completamente diversi, a cui solitamente non badiamo. L’arte potrebbe essere questo, è questo per me, ciò non toglie che non sia così facile riuscirci.

 

Perché, secondo te, l’arte e la cultura vengono spesso relegate ad attività di second’ordine, inessenziali rispetto all’acquisto di un capo d’abbigliamento, di una messa in piega, di un mazzo di fiori?

Credo che sia purtroppo un problema di educazione, educazione intendo dire fin dalla scuola, oltre che nelle famiglie. Riuscire a vivere con un figlio l’opportunità di visitare una mostra o stare di fronte a un’opera d’arte è una cosa che potrebbe smuovere delle energie diverse e da adulti questo potrebbe essere importante. Il ruolo fondamentale, comunque, ce l’ha la scuola: se pensiamo che oggi parlare di storia dell’arte, o di arte in generale, all’interno di una scuola è veramente complicato, questo la dice lunga. Forse bisognerebbe proprio rivedere l’ABC di che cosa sia l’educazione all’arte.

 

Una domanda personale: qual è l’opera/l’artista che ha influenzato maggiormente il tuo percorso? Per quali ragioni?

Di sicuro ho cominciato, come tutti, a rimanere affascinato da quegli artisti un po’ più appariscenti. A livello più professionale, però, Savinio de Chirico: questa corrente del primo Novecento, che non comprendevo assolutamente, ma in qualche modo mi affascinava, mi ha segnato. Da lì in poi ho scoperto, per assurdo, anche gli antichi, in modo particolare mi sono soffermato sul Rinascimento per quanto riguarda l’arte applicata, perciò la metodologia le soluzioni diverse. Indubbiamente questo è stato fondamentale per la pittura, soprattutto nel Rinascimento nordico. Sono segnato anche da artisti contemporanei come Odd Nerdrum e in modo particolare Massimo Rao.

 

Molte persone si tengono a distanza dall’arte perché la ritengono “incomprensibile”, cosa gli diresti per incoraggiarle ad avvicinarsi a questo mondo?

È difficile perché, anche qui, ci colleghiamo alla domanda di prima, è un fatto di educazione personale. L’arte può essere complicatissima, e avere bisogno di applicazione e di studio, ma allo stesso modo la stessa arte può essere assolutamente emozionale e divertente. In particolare anche il percorso di un’opera d’arte può essere affascinante come vedere un film. Però credo che tutto venga relegato alla possibilità che uno nella vita abbia avuto di incontrarla nel modo corretto, perciò ritornerei alla risposta precedente.

 

Come vedi il futuro dell’arte? Secondo te la fine della pandemia segnerà un momento di rinascita della cultura o favorirà il declino dei valori più spirituali a favore del possesso di beni materiali?

Di sicuro questo periodo ha creato molta paura e tensione - in alcuni casi credo immotivata, però reale, e forse la paura non è il miglior viatico per cambiamenti di alto livello. Chi era sensibile prima credo che possa percepire i messaggi che ci sono nell’aria, perché effettivamente tante cose si sono aperte, almeno io vedo, nel mio microcosmo, molti atteggiamenti interessanti. Ciò non toglie che, a pari merito, ci siano molti atteggiamenti che in qualche modo hanno creato una regressione - i bisogni più materiali, più banali, sono emersi perché guidati dalla paura. Io sono un ottimista normalmente, ciò non toglie che abbia dei dubbi sull’essere umano in generale.

 

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